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Architecture In Helsinki - "Places Like This" (Polyvinyl)

Credo proprio di non sbagliare dicendo che tra gli ingredienti che rendevano i primi due album degli Architecture In Helsinki ("Finger Crossed" e il bellissimo "In Case We Die") tanto contagiosi e sorprendenti, il divertimento, la spensieratezza e una buona dose d'incoscienza giocavano un ruolo essenziale: canzoni trascinate da un turbinio di voci, suoni, strumenti, giocattoli e battimani che regalavano senza sosta manciate di sorrisi e colori. Cosa succede, allora, se quell'innocenza e quella sana dose di anarchia felice scompaiono? Il risultato è "Places Like This". Ascoltando le dieci tracce che riempiono questo nuovo lavoro, l'impressione più concreta è che la band australiana cerchi di fuggire il più lontano possibile dall'immagine di gruppo indie-pop spensierato e tutto matto che li ha accompagnati fino ad oggi, come spaventati dall'idea di restare imprigionati in un'etichetta troppo stretta per loro. Motivazioni senza dubbio lodevoli e parecchio coraggiose che, però, alla prova dei fatti non riescono proprio a convincere. In "Places Like This" i suoni sono secchi e spesso rabbiosi, con una forte vena funky e ritmi quasi disco. Le canzoni sono come svuotate della propria anima. A tratti rimane divertente e orecchiabile (Nothing wrong, il singolo Heart it races) ma il totale è spento e dimenticabile. Un premio al coraggio, ma nel cambiare strada bisogna anche saper scegliere la direzione giusta. E un passato tanto sorprendente non è cosa da poter abbandonare con tanta disinvoltura.

(Matteo Benni)

 

 



Bad Religion - "New Maps Of Hell" (Epitaph)

Il problema per band con un curriculum come quello dei Bad Religion, cose tipo venticinque anni di carriera e quattordici album all'attivo, è se dopo tutto questo tempo la loro proposta musicale possa ancora definirsi credibile. Se andate a sbirciare il voto in calce capirete già come la penso, ma andiamo con ordine. Le “nuove mappe dell'Inferno” sono ben sedici tracce che segnano una sorta di evoluzione nella continuità per l'accoppiata creativa Graffin-Gurewitz. Perché se le vecchie abitudini dei cori scanditi a tre voci resistono ancora alla grande, ad esempio nell'anthem Requiem for dissent così come nel singolo Heroes & martyrs, si affiancano anche episodi più oscuri come Before you die. Ed il disco sembra deragliare dai binari più noti nel finale: una triade come Lost pilgrim, Submission complete e Fields of Mars dimostra che questi due quasi cinquantenni hanno ancora orecchie e cervello ben sintonizzati sull'attualità. Scontato ma doveroso, poi, constatare come i testi del Prof. Greg siano come il vino, e si affinino col passare degli anni; del resto finché il tuo orizzonte narrativo sono i mali di questa società gli spunti narrativi non mancheranno mai. Una costanza ed una coerenza che, in termini di popolarità, ha premiato sempre i Nostri. Questi forse non saranno più i loro tempi ma la credibilità, quella vera, non è mai venuta loro meno.

(Giorgio Sala)

 

 



Evergreen Terrace - "Wolfbiker" (Metal Blade)

Ho sempre avuto un rapporto di odi et amo con gli Evergreen Terrace. Incuriosito agli esordi, colpito da "Burned Alive By Time", tradito dalla peggiore mossa possibile per qualunque band (parlo di quello sciagurato "Writer's Block", compendio di cover riarrangiate peraltro pessimamente e senza fantasia), risollevato dalla penultima uscita "Sincerity Is An Easy Disguise In This Business". Ora che "Wolfbiker" si è aggiunto alla collezione posso dire: non si capisce cosa vogliano fare da grandi i nostri cinque intrattenitori made in Florida! Andiamo con calma. Play: mi accoglie una di quelle intro corali pesantissime che, complice il nome della canzone (qualcosa di clericale) evoca il rito d'esordio di una setta satanica. Fortunatamente ecco sopraggiungere un po' di rumore introduttivo, e via con il classico hardcore di un tempo. Peccato che, passata l'outro vagamente rubata ai System Of A Down, la mia bocca non accenni un minimo sorriso di compiacimento. Sarà che mi esalto solo con i Dillinger Escape Plan e poco altro, ma qui c'è da chiedersi quando verrà il giorno in cui da un cd degli Evergreen Terrace uscirà qualcosa capace di lasciarci a bocca aperta. E dire che quasi c'erano riusciti ai tempi del già citato "Burned Alive By Time"! Ma non arrendiamoci alla prima canzone - sarà un caso. Scorrono le altre una ad una: a tratti interessanti, davvero violente… a tratti scontate. Quando i Nostri riprenderanno a giocare con arrangiamenti, melodie, stacchi originali, solo allora potremo evitare di confonderli con un altro gruppo hardcore a caso.

(Claudio Squarcella)

 

 



Liars - "S/T" (Mute)

Arriviamo subito al dunque: i Liars sono una delle più importanti espressioni della moderna musica “rock”. Uno dei pochi gruppi che già ad ascoltarli ora possiamo considerarli al livello dei mostri sacri, certi che fra venti o trent'anni si parlerà di loro come oggi parliamo di gente come Captain Beefheart e Can. Per quello che è il loro quarto disco, gli americani trapiantati a Berlino pescano a piene mani lungo tutto lo spettro musicale dando vita ad un lavoro eterogeno, multifaccia, che rifiuta ogni punto di riferimento spaziando dal punk al funk passando per il krautrock, il free noise, l'improv e bordate drones-elettroniche da far rizzare i capelli. Più a fuoco dell'importante boa espressionista di "Drum's Not Dead", che a sua volta era più a fuoco dell'embrionale "They Were Wrong So We Drowned", "Liars" non ha dentro di sé il germe del capolavoro - quello era il predecessore - ma del disco capace di percorrere al meglio le nuove vie che ha contribuito a creare. Ogni disco dei newyorchesi è diverso dal precedente, pur senza rinunciare al percorso di coerente ricerca "artistica" che da sempre li contraddistingue. Assieme agli Oneida, agli LCD Soundsystem, agli Xiu Xiu (almeno per i primi tre dischi) e agli Animal Collective, una di quelle band che potremmo guardare con fierezza pensando al mare magnum degli anni 2000.

(Hamilton Santià)

 

 



Silverstein - "Arrivals And Departures" (Victory)

Ai tempi di "When Broken Is Easily Fixed", album (insieme a quelli di UnderOath, A Static Lullaby ed Emery) importantissimo per lo screamo-pop dei primi anni del 2000, i Silverstein figuravano senza dubbio nella lista dei miei gruppi preferiti. Con il passare del tempo, e quindi con la lenta decaduta del genere, sono riuscito ad accettare che pochi gruppi possono essere considerati interessanti in un panorama che diventa con il passare dei giorni sempre più vittima della moda musicale del momento e poco altro. I canadesi nel 2005 sono riusciti a cavarsela con il loro secondo lp, "Discovering The Waterfront", che, nonostante presentasse uno stile leggermente più commerciale, manteneva una discreta qualità compositiva, risultando discreto. A due anni di distanza ecco l'ardua prova del terzo disco, intitolato "Arrivals And Departures", che dovrà decidere il futuro del gruppo. Non é stata di certo una bella sorpresa trovare qualche ballata ruffiana ed apprendere che ben poco é cambiato rispetto a qualche anno fa, se non per alcuni episodi sparsi qua e là, dimostrando l'incapacità del gruppo di poter proporre qualcosa di nuovo nel loro stile. Probabilmente sarà un successo fra i “nu fans” del genere, visto che ha tutte le carte in regola per essere appetibile a quella media di età; ma per chi sperava di essere sorpreso, sarà soltanto una delusione. Un po' una minestra riscaldata, che forse in un'altra occasiona sarebbe stata anche stata appetibile - ma non in un periodo come questo, quando si ha sempre più bisogno di qualcosa di fresco ed innovativo nel genere.

(Matteo Cellini)

 

 



The Smashing Pumpkins - "Zeitgeist" (Reprise)

Si potrebbero perdere ore, pagine e parole per parlare della reunion dell'anno, della sincerità presunta o vera di Corgan, del fatto che metà formazione originale non sia presente o del recente passato dello storico leader della band. Ma siamo qui per parlare di questo nuovo disco e lo farò cercando di mettere da parte ogni pregiudizio facendo, il più possibile, tabula rasa. L'attacco è davvero elettrizzante: si parte a mille con ritmiche nevrotiche e veloci e suoni piuttosto pesanti, a cui si aggiunge la produzione portata al limite dell'eccesso soprattutto nei momenti più rock. Non è un caso, infatti, che il produttore scelto dalla band sia lo stesso di Queen e The Darkness, uno insomma abituato a stare in bilico tra genio e cattivo gusto. Da questa situazione a ricavarne il massimo sono però i pezzi riflessivi, in cui i suoni si fanno più precisi, leggeri, e la voce di Corgan riesce a dare moltissimo: rende felice infatti trovarsi di fronte a momenti di rara intensità capaci di riportare la mente alla seconda metà degli anni 90. L'idea che affiora sin dai primi ascolti è quella di avere di fronte il disco di una giovane band, spontaneo e diretto nonostante la produzione un po' grezza. Certo, la qualità dei pezzi cala durante l'ascolto, così come la tensione, ma il ritorno delle zucche soddisfa soprattutto chi ha evitato di farsi aspettative affrontando l'ascolto con totale ingenuità.

(Andrea Lejeune)

 

 



Spoon - "Ga Ga Ga Ga Ga" (Merge)

Ostili come pochi - e in questa occasione più che mai - in principio, gli Spoon sono come quelle ragazze perennemente imbronciate che sembrano fuori portata da quanto se la tirano, ma che al solo conoscerle meglio, lasciarle parlare in un angolino al riparo dalle distorsioni della massa, iniziano a svelare sempre più inattesi lati nascosti sotto lo spesso strato di altezzosità iniziale. E anche la nuova creatura degli Spoon si presenta in questo modo: più complessa e versatile sia del loro più omogeneo predecessore "Gimme Fiction" che dalla splendida doppietta di "Girls Can Tell" e "Kill The Moonlight", "Ga Ga Ga Ga Ga" (wow!) dà ancora una volta una splendida dimostrazione di musica nervosa e umorale, sempre pronta a cambiar registro inaspettatamente e a crescere in interesse di ascolto in ascolto. Essere unici alla lunga paga sempre. Difatti, anche se il bridge strumentale dell'ossessivo incipit Don't make me a target può ricordare i Built To Spill, è subito il secondo spiazzante episodio tutto tastiere minimali a chiarire che con gli Spoon siamo ad anni luce di distanza da tutto. In primis da ciò che oggi si intende per indie-rock. Impossibile, infatti, trovare coordinate in cui collocarli quando un songwriter come Britt Daniel fa di tutto pur di nascondersi da chiunque voglia rinchiuderlo dentro ai soliti schemi preconfezionati. Ed è per questo che lui e i suoi bandmates si confermano una di quelle poche formazioni della categoria “inclassificabili & infallibili” che oggi popolano la scena di derivazione rock.

(Federico Mazzoni)

 

 



Strung Out - "Blackhawks Over Los Angeles" (Fat Wreck Chords)

Quasi tutte le band calano alla distanza. Prima o poi capita, è così, non si scappa. Soprattutto in un genere come il punk. Siamo arrivati a constatare l'agonia di gruppi che sette/otto anni fa erano all'apice della loro carriera e rendevamo la scena un ottimo posto dove sguazzare per noi adolescenti vogliosi di musica ribelle e pogo assassino. E quindi largo al canto del cigno di NOFX, Pennywise, No Use For A Name, e tante altre band che hanno avuto il buon gusto di capire quando fermarsi, piuttosto che scimmiottare se stesse. Ora, fortunatamente, ogni tanto sono contento che esista qualcuno capace di smentirmi. E gli Strung Out mi tirano dietro al coppino questo "Blackhawks Over Los Angeles", dicendomi: "Tò, pensi ancora che il punk sia morto?". Alchè ritiro le orecchiette e mi cucio la bocca. Prendo il mio kit da lustrascarpe e vado a lucidare le Vans old school di Jason Cruz e soci. Perchè se esiste una band che non sbaglia un colpo, che rimane a livelli eccezionali, che continua a scrivere canzoni memorabili (il tutto supportato da grandi testi e superba tecnica), beh, quella band merita il nostro migliore inchino. E, cosa strana al giorno d'oggi, riescono anche ad innovarsi notevolmente. E che Fat Mike prenda appunti: una band che non finirà mai su Mtv, una band che non vende milioni di orribili magliette, una band che non stona e non massacra le note dal vivo, una band che non ha mai avuto il successo che meritava. Ma una vera band. Applausi per gli Strung Out.

(Tommaso Gavioli)

 

 



Yellowcard - "Paper Walls" (Capitol)

Gli Yellowcard sono il classico gruppo che ha raggiunto il successo per meriti extramusicali. Esattamente come i Kiss, le Donnas e Corona. E con loro condividono anche il talento. Nel senso che ne hanno una dose divisa per quattro. E la parte più grossa è toccata a Fabrizio. Per gli Yellowcard la motivazione principale che ha concesso loro di sfondare è avere un violinista in formazione. Musicalmente il suo ruolo è irrilevante (il suo violino suona quasi come una chitarra) ma durante i concerti si esibisce in salti mortali all'indietro come se niente fosse. In poche parole gli Yellowcard sono il primo gruppo “rock” che annovera tra i suoi membri una scimmia ammaestrata. Nonostante questo, "Paper Walls" non è un disco da buttare. Pur soffrendo di tutti i difetti del pop-punk che tanto è in voga oggi, i brani che lo compongono sono ben scritti, caratterizzati da un discreto tiro e da buone melodie. In alcuni casi (Fives became four, la deliziosa You and me on the spotlight) superano persino la soglia tra un pezzo sufficiente ed un buon pezzo. Anche le "rock ballads", purtroppo ormai tipiche del genere, non sembrano odorare completamente di muffa e banalità. Il problema è che il disco non continua ad emozionare anche dopo l'ascolto. Per migliorare definitivamente, gli Yellowcard devono assolutamente imparare ad assomigliare ad una prostituta thailandese. Quando anche loro lasceranno qualcosa dopo l'uso allora saranno finalmente completi e meriteranno veramente il loro successo.

(Lapo Scacciati)

 

 

Versus

Gogol Bordello - "Super Taranta!" (SideOneDummy)

     

Adesso che sembra ormai lanciato verso il Successo, complice la mondovisione e l'onnipresente signora Ciccone-Ritchie, sarà facile (s)parlare di Eugene Hutz e dei suoi Gogol Bordello. E si potrebbe, perché no?, iniziare il tiro al bersaglio proprio dal freschissimo "Super Taranta!".
Peccato, però, che questa nuova fatica del combo apolide presti poco il fianco alle critiche. Innanzitutto perché, e di questo dobbiamo ringraziare Victor Van Vugt, c'è una produzione adeguata, capace di esaltare il lato meno "bordello" di questi scalmanati senza per questo far venir meno tutto quello che, film a parte, li ha finora resi popolari: danze sfrenate condite da testi inneggianti sia al divertimento - credevate che
Alcohol parlasse di enologia? - che ogni tanto ad accendere il cervello, come accade in Your Country.
E non è un caso che questo titolo derivi dal "nostro" ballo, per affinità forse quanto di più vicino esista a questa moderna patchanka. Il rischio, arrivati a questo punto, potrebbe essere solo uno: ripetersi fino alla noia. Ma al momento, ne sono convinto, Eugene è riuscito a dribblarlo come un consumato centravanti. Appuntamento quindi rimandato, sembrerebbe, per la pubblica lapidazione.

(Giorgio Sala)

     

foto di Luca Benedet

I Gogol Bordello portano con sé un'idea intelligente e interessante: usare un immaginario e certe sonorità che richiamano con immediatezza i ritmi zingari dei paesi dell'Est Europa come la chiave di volta di una collezione sghemba ma robusta di suoni etno-folk pescati in giro per il mondo.
Una cultura nomade e millenaria come quella rom che si dimostra contenitore perfetto per le contaminazioni globali dei nostri anni. Il punk come collante "occidentale", qualche radice ben piantata in terre balcaniche, e un viaggio costante a pescare suggestioni e tradizioni musicali. Ritmi da festa di paese, chitarre distorte, fisarmoniche, violini e la voce roca e dalla pronuncia inglese strascicata del leader Eugene Hutz.
Un'idea intelligente che quando trova la melodia giusta, come in
Start wearing purple, il singolo che lanciava il precedente "Gipsy Punk", è capace di sorprendere, far ballare e divertire. C'è un solo problema. Questa è l'unica idea che i Gogol Bordello sembrano possedere. Trovata, usata e ripetuta invariabile in ogni canzone. E se all'inizio il tutto può suonare genuinamente trascinante e coinvolgente, dopo poco la monotonia dei ritmi e delle soluzioni spegne disillusa ogni entusiasmo.
Se
"Gipsy Punk" si salvava grazie a determinati episodi in grado di distinguersi dall'amalgama piatto di zum-pa zum-pa salterini, questo nuovo "Super Taranta!" tenta la carta del Bel Paese e della tarantella (che fanno sempre tantissima simpatia) ma, a parte un paio d'eccezioni (Tribal connection, Alcohol), finisce per ripetere se stesso all'infinito o poco più.

(Matteo Benni)

 

InRetrospect (1997)

 

Hot Water Music - "Fuel For The Hate Game" (No Idea)

Non posso dire che gli Hot Water Music, per quanto mitico sia e sia stato "Fuel For The Hate Game", abbiano fatto la storia della musica. Ma questo non penso sia mai stato un grattacapo per un gruppo che si è voluto fare portabandiera di un punk rock schietto e sentito dal profondo del cuore, un genere la cui possibilità di evadere i canoni era già stata esplorata in precedenza da mostri sacri come Jawbreaker e Samiam, che i nostri provano ad abbordare nemmeno troppo alla larga.
In questo disco si esplora la possibilità di suonare del punk rock restando fortemente orecchiabili, inscindibilmente attaccati alla capacità trascinatrice delle melodie, che si fanno spazio sgomitando anche nei pezzi più diretti ed “ignoranti”. Tra le note di questo album si presenta quello che è il punk rock di fine Secolo, in cui le radici sono pur sempre vive, ed escono allo scoperto attraverso quella voce rantolata, urlata, non certo troppo curata, ma che chissà perchè riesce a segnarti nel modo in cui deve succedere in ogni grande disco di questo genere.
"Fuel For The Hate Game" è stato uno di quegli album che negli anni Novanta hanno dimostrato come non ci sia bisogno di suonare come i Ramones piuttosto che come i Black Flag per dimostrare che il punk rock vive e continuerà a farlo. Ci sarà sempre un ragazzo che prenderà in mano la chitarra, non sarà certo un mostro di tecnica, non vorrà dimostrare di esserlo. Gli basterà sudare assieme ai kids davanti al palco, condividere il proprio mondo e la propria vita attraverso quei pochi accordi, cantare assieme, e lasciare vivere quelle emozioni per sempre. Tutto questo gli Hot Water Music lo sapevano bene.

(Alessandro Brunelli)

 

 

Mogwai - "Young Team" (Jet Set)

Chiunque abbia assistito ad un concerto dei Mogwai ha un'idea ben precisa di cosa sia Mogwai fear Satan. Molto più di una canzone, qualcosa di decisamente diverso da un inno o da un simbolo o da qualunque altra costruzione concettuale. Mogwai fear Satan è istintività al suo stato più naturale. Anche oggi, che sono dieci gli anni passati dalla sua nascita, continua a mostrarsi alta e libera come un vento di cui non si riesce ad afferrare il segreto. Si muove incessante tra la pacatezza malinconica del suono di un flauto, l'inquietudine sopita di un tappeto di tastiere, le incursioni improprie di elettronica e rumorismi e le detonazioni distorte di chitarre spinte al limite e di un drumming secco e ossessivo.
Mogwai fear Satan è il saluto della band scozzese, la traccia che chiude il loro disco d'esordio, quella con cui ci fanno presente che sono arrivati e che hanno già in mano il biglietto per restare. Nella storia del post-rock, nella storia della musica alternativa, nella storia del Rock e basta. Arrivato dopo i due ep "Ten Rapid" e "4 Satin", l'esordio "Young Team" accompagna i Mogwai tra i nomi fondamentali del post-rock, accanto a gente come Slint, Tortoise e Godspeed You! Black Emperor.
Nelle sue dieci tracce, che alternano passaggi brevi e compatti a costruzioni complesse, tese e ondivaghe, nel suo fluire libero di battiti ed atmosfere,
"Young Team" si solleva al sopra di tutti i paesaggi lasciati dal rock degli anni '90 e sposta lo sguardo oltre l'orizzonte. Come se la sua essenza, la sua immediatezza totale, l'istintività da cui si lascia muovere non riescano ad essere contenute da edifici, quartieri o città, e l'unica via possibile sia quella di scorrere in spazi ampi, assecondando i moti mutevoli degli stati d'animo e delle emozioni.

(Matteo Benni)

 

 

No Use For A Name - "Making Friends" (Fat Wreck Chords)

"Making Friends" dei No Use For A Name è uno dei dischi cult per l'hardcore melodico, sottogenere che unisce velocità e potenza dell'hardcore-punk ad una maggiore dose di melodia, riconducibile al pop-punk. Siamo nel 1997, a metà della loro carriera (iniziata, appunto, nel 1987), appena dopo le modeste prove di NOFX con "Heavy Petting Zoo" e Bad Religion con "The Gray Race" ed in concomitanza dell'uscita di "Let's Talk About Feelings" dei cugini Lagwagon. E' il momento di maggiore splendore per l'etichetta di Fat Mike ed i quattro di San Josè, con l'ex Face To Face Matt Ridde al basso e Chris Shiflett (ora ai Foo Fighters) alla chitarra, sono una delle punte di diamante.
Nella track list troviamo
Invincibile, On the outside, Growing down e Secret, vere e proprie pietre miliari per il genere e per il loro sound, sempre a metà tra NOFX, Bad Religion e Lagwagon. A differenza dei successivi dischi, la melodia è presente ma rimane ancora controllata, dando spazio a canzoni prevalentemente veloci ed incalzanti dai riff di chitarre decisamente puliti, elemento che li discosta sensibilmente dalle altre band hardcore-punk degli anni Novanta. Dopo il successo di "Making Friends" la band inizia il primo tour mondiale che tocca Stati Uniti, Canada, Europa, Australia e Giappone.
Questo l'apice della loro carriera. E' il successore dello storico
"Leche Con Carne", uscito due anni prima, (disco che ha permesso alla band di effettuare un deciso balzo in avanti mettendosi in mostra ad un pubblico sempre maggiore) ed il progenitore di "More Betterness", datato 1999.

(Marco Aspesi)

 

 

Pennywise - "Full Circle" (Epitaph)

Cosa faresti se un tuo compagno di squadra, un amico fraterno, si uccidesse? Se la tua vita è la musica allora viene automatico pensare ad un disco in suo onore, e se lo sfortunato risponde al nome di Jason Matthew Thirsk e la band in cui suonava il basso erano i Pennywise, beh, quello che viene fuori si chiama “Full Circle". Una tragedia inspiegabile quella che segna la band, avvenuta proprio quando il peggio, sotto forma di alcolismo, sembrava passato. E che quel colpo di fucile, ed il suo epitaffio musicale, abbia chiuso un ciclo lo si era intuito già allora, anno di grazia 1997.
Un'atmosfera sospesa nel tempo, e tutto quanto che sembra girare alla perfezione fin dall'attacco di
Fight till you die, passando per l'accusa nei confronti di questa Society, così come delle sensazioni sgradevoli evocate da quel modello di hardcore melodico che è Final day, e arrivando infine a quello che da allora è la degna conclusione di ogni show dei quattro di Orange County: quel Bro hymn tribute dedicato, urlato proprio a quel fratello che non c'è più. Ma proprio quando il sipario sembra calare ecco che si fra strada un lungo e struggente strumentale al piano, forse quanto di più distante dalla musica dei Pennywise eppure, qui ed ora, perfetto per apporre i sigilli ad un capitolo che si stava chiudendo per sempre.
Il libro non è ancora stato concluso, e molte altre belle parole sono state "scritte" dopo questo episodio, ma forse quello che i Pennywise avevano di importante e di urgente da comunicare l'hanno già scritto. Ed è tutto qui dentro.

(Giorgio Sala)

 

 

Shai Hulud - "Hearts Once Nourished With Hope And Compassion" (Revelation)

Nonostante abbiano pubblicato soltanto due full length nella propria carriera, gli Shai Hulud rientrano di diritto fra le più influenti hardcore band degli ultimi dieci anni. Nato nel 1995 in Florida ma poi trasferitosi nel più vivace stato di New York, il gruppo di Matt Fox e compagni ha saputo unire, con classe e personalità, un ottimo senso ritmico e melodie mai scontate, trascinanti e suggestive. "Hearts Once Nourished With Hope And Compassion" è forse il disco più sincero della band americana, un disco partorito nel lontano 1997 e che ancora oggi mantiene un fascino tutto suo.
Nove tracce, nove eloquenti titoli, nove splendide composizioni per esprimere una creatività senza eguali, una carica che ha dello straordinario. Dalle prime note dell'iniziale
Solely concentrating fino alle ultime battute della geniale If born from this soil: treatments for the infected foetus, gli Shai Hulud danno dimostrazione della propria tecnica, delle proprie incredibili qualità. Nessuno come loro ha mai saputo mescolare hardcore e metal con risultati così sorprendenti: non un passaggio scontato, mai delle linee vocali inespressive.
Le soluzioni adottate dal combo statunitense in
"Hearts Once Nourished With Hope And Compassion" erano avanti con i tempi allora e lo sono ancora oggi a distanza di dieci anni. Dieci anni che, evidentemente, non sono bastati a cancellare un disco imprescindibile ed al tempo stesso passionale, un lavoro che ha segnato per sempre la storia del rock estremo, forse involontariamente, forse senza nemmeno saperlo.

(Jacopo Prada)

 

 

Strongarm - "The Advent Of A Miracle" (Solid State)

Le annate fondamentali nella storia dell'hardcore sono state parecchie negli anni '80: il 1983 dei primordiali Bad Brains, il 1985 con la "Revolution Summer", il 1988 delle Youth Crew. Negli anni '90, invece, sono state assai meno, ma dopo un periodo di crollo motivazionale e compositivo del genere, tanto che sembrava diventato un semplice contenitore senza identità in cui band alle prime armi sfogavano la propria rabbia giovanile prima di emigrare con la maturità verso altri lidi, il 1997 arrivò e con esso la tanto attesa nuova ondata. Nel giro di pochi mesi gruppi ora storici come Strongarm, Shai Hulud e Snapcase plasmarono i rispettivi capolavori con parallelo senso di innovazione apportando meno schematicità nelle composizioni, più emozionalità vocale, chitarre che non si vergognavano di prendere talvolta dalla potenza metal e ritmiche sempre più variabili.
Nacque da qua il cosiddetto hardcore new school e i primissimi a rendersene protagonisti furono proprio gli Strongarm. Veri e propri integralisti cristiani (provate a leggere alcuni testi, da brividi in più di un senso), questi cinque ragazzi concentrarono nel loro ultimo full length una rabbia e una passione senza eguali oggi e tradotte in un incessante susseguirsi di grida trascinanti e crescendo taglienti. Ah, la scuola Solid State dei tempi andati! Una band unica specie per l'indubbio talento eclettico che - non per niente - li farà rinascere quasi al completo nel migliore e più vero gruppo emocore dal 2000 in avanti, i Further Seems Forever.

(Federico Mazzoni)

 

 

The Van Pelt - "Sultans Of Sentiment" (Gern Blandsten)

I The Van Pelt sono nati nel 1993 dalle ceneri del primo gruppo di Chris Leo, i Native Nod. Provenienti dal New Jersey, questi furono fra i gruppi emo/screamo più giovani di sempre, iniziando la loro carriera (composta purtroppo da un solo lp, "Today Puberty, Tomorrow The World", ed alcuni sette pollici) a soli sedici anni. Chiusa la parentesi strettamente adolescenziale, Leo inizia un progetto molto più ambizioso: quello dei The Van Pelt. Dopo un ottimo primo disco nel 1996 con il quale i ragazzi dimostrano di essere alla ricerca di un suono estremamente personale, "Stealing From Our Favorite Thieves", dopo appena un anno arriva il loro canto del cigno: "Sultans Of Sentiment".
Indubbiamente la loro opera massima, l'album é difficilmente definibile usando un solo genere, in quanto pieno di sfumature emo, post-hardcore, post-rock, electro-wave ed indie-rock. Le chitarre accompagnano con dei meravigliosi arpeggi il cantato sia nei momenti più melodici che in altri sperimentali, quasi spigolosi che vengono rispecchiati eccellentemente nei testi. Dieci canzoni che ricreano un viaggio sonoro indimenticabile, stravolgendo regole e canoni di quegli anni, quindi aprendo una strada che numerosissimi gruppi hanno cercato di ripercorrere, la maggior parte senza successo.
"Sultans Of Sentiment" é uno dei dischi più difficili che abbia mai dovuto descrivere, perché in questo caso più che mai bisogna prendere in considerazione una famosa definizione della bellezza, ovvero che é negl'occhi di chi guarda. Ogni nota può stregare, ogni frase può rivelarsi romantica o inaspettatamente psichedelica, ed ogni volta che inizia un nuovo pezzo ci si deve preparare a qualcosa di completamente nuovo.

(Matteo Cellini)

 

 

Yo La Tengo - "I Can Hear The Heart Beating As One" (Matador)

La quintessenza del suono e dell'estetica indie. Gli Yo La Tengo, da Hoboken, New Jersey, sono stati tra i gruppi che più hanno traghettato e definito il suono, l'estetica e l'attitudine underground e indipendente dall'inferno degli anni '80 agli anni del nuovo Millennio passando per i 90s che li hanno visti protagonisti "di culto" con dischi come "Painful", "Electr-O-Pura" e, soprattutto, "I Can Hear The Heart Beating As One".
È il 1997 (anno di
"Ok Computer") quando Ira Kaplan, Georga Hubley e James McNew danno alle stampe uno dei loro lavori più ispirati ed ispiranti. Un suono che parte dalle pulsazioni continue di un basso quasi dub e deflagra nelle schitarrate della superba Sugarcube per poi perdersi in abissi psichedelici dove l'improvvisazione sale al potere tra retro-futurismi alla Stereolab e sciabolate noise che guardano ai Sonic Youth e ai Velvet Underground. Senza dimenticare il guitar-pop, sia chiaro. Perché Stockholm Syndrome, Little Honda e My little corner of the world altro non sono che meravigliosi pezzi pop.
Possiamo scrivere senza problemi che questo è uno dei classici capolavori "minori" degli anni '90. Capolavoro perché come pochi altri ha saputo definire un universo musicale che stava vivendo il massimo del suo fervore artistico. Minore perché oscurato dallo stupefacente successo dei Radiohead e dai battiti elettronici dei Daft Punk.

(Hamilton Santià)