"Mera disquisizione pratica sull'influenza dell'immagine nel punk/hardcore"
(a cura di Gianluca Sgueo)

Pochi giorni fa mi trovavo in coda alla posta. Osservavo affascinato le molteplici sfaccettature del genere umano - che da sempre il meglio di sé nei luoghi pubblici - e mi sono sorpreso ad ascoltare stralci di conversazione tra vicini. In particolare, una signora si complimentava con un ragazzo, colpita, a suo dire, dall'aspetto "giovanile" del padre di questo. Il che, letto tra le righe ed estrapolato dal contesto, avrebbe potuto suonare più o meno così: "Nonostante oramai tuo padre abbia raggiunto una certa età, si conserva bene". L'interessato, comunque, tutt'altro che offeso ed, anzi, evidentemente compiaciuto, ringraziava calorosamente. La cosa mi ha fatto riflettere. Voglio dire: che la società moderna (ed il suo imporre più che proporre la visione delle cose) abbia da tempo messo all'indice il concetto di vecchiaia, assimilandolo ad inoperosità, lentezza, scarsa o assente iniziativa, non è una novità per nessuno, credo. Il vecchio è visto come un malato, inutile. Si da invece spazio ai giovani, ed alla giovinezza si associano una serie di valori speculari ma contrari: forza, volontà, determinazione. Ecco, quindi, spiegata l'esigenza di un complimento così assurdo, e, ancora di più, quella di un compiaciuto ringraziamento in risposta ad esso. Diverso sarebbe stato complimentarsi con qualcuno perché realmente giovane, auspicandogli una vita ricca di successi e soddisfazioni. In questo caso, invece, la scena riassumeva con efficacia un modo di pensare comune nei confronti degli anziani, i quali ovviamente, sentendosi inutili, non possono che ringraziare se qualcuno ricorda loro che un tempo sono stati giovani anche loro. Patetico.
Nel turbinio dei miei pensieri, che si rincorrevano frenetici mentre attendevo l'arrivo del mio turno, il passo successivo è stato immediato.

Mi sono chiesto "quanto" e "come" uno dei messaggi in assoluto più martellanti proposti dai media negli ultimi anni, appunto quello della bellezza e della giovinezza, avesse influenzato la musica punk. Ho provato a riflettere sui luoghi comuni di cui vive l'ambiente, sulle sue contraddizioni e, perché no, sulle sue debolezze. Il punk nasce in quanto operazione commerciale, questo dovrebbe essere chiaro a tutti.

Per quanto l'evoluzione successiva abbia avuto modo di riscattarne il buon nome, attribuendo ad esso quel carattere di "rottura" che lo ha contraddistinto per lungo tempo, ciò non toglie che la base ideologica fosse stata abilmente strutturata nel tentativo (riuscito, anzi riuscitissimo) di dare uno scossone al mondo della moda, conciliando la musica e la trasgressione attraverso e per mezzo di un aspetto aggressivo, volgare, sessualmente provocatorio. Un nuovo genere nel quale i giovani potessero identificarsi, ma che potessero anche rendere "proprio", personalizzandolo, modificandolo e garantendo ad esso la sopravvivenza nel tempo. In pratica, l'esaltazione del concetto di moda/bellezza/appariscenza: c'è uno stile, ma il fruitore di questo può intervenire, divenendo esso stesso stilista. I canoni contano poco o nulla, ciascuno fa come vuole perché non c'è nulla di imposto. Un illusione, rivoluzionaria, e quindi di successo.

Ad ogni modo, il punk nasce dall'idea di una stilista, Vivienne Westwood, e per lungo tempo gravita attorno ad un negozio di moda situato al centro di Londra… vive i suoi primi anni di vita pericolosamente, scosso dalle intemperanze dei suoi protagonisti, che danno sfoggio di sé, della propria creatività, associata all'estro pazzoide e schizofrenico che qualunque artista del tempo, o anche aspirante viveur, ci si aspettava avesse. Chissà se qualcuno pensò, allora, che davvero tutto sarebbe potuto durare per sempre. Ovviamente, non fu così… Quel caotico disordine sfiorì nel giro di pochi anni, lasciando grande confusione ed incertezza, ma consentendo anche di gettare le basi per qualcosa di più costruttivo e meno… come dire… "artefatto". Se, infatti, fino a quel momento l'ebbrezza della novità aveva stroncato sul nascere qualunque seria o seriosa discussione, era oramai giunto il momento di tirare le somme, ed auto-consapevolizzarsi. Erano lontani i tempi in cui il modo di vestire avrebbe identificato le tendenze ed i gusti in fatto di musica (come, di fatto, accade oggi), tuttavia c'era già chi cercava di distinguere sè stesso dalla massa, attraverso i vestiti, che identificavano la propria identità, come una carta di credito.

Nel corso di questi anni non sono mancati esempi concreti di persone che rifiutassero qualunque forma di omologazione, a partire da quella estetica. Pensare anzitutto, il vestirsi sarebbe stato solamente il frutto di una necessità. Ma, pur non negando la validità di queste idee, debbo constatarne il totale fallimento. Oggi più che mai punk significa vestirsi, comportarsi, tatuarsi… apparire nel modo giusto. Esistono etichette specializzate per ogni gusto, che gestiscono l'immagine di migliaia di giovani, gli stessi che fumano le canne, vanno alle manifestazioni, scelgono di non mangiare carne, o svolgono volontariato, mettono su un gruppo musicale, scrivono, leggono, socializzano. Il comune denominatore musica (punk) è solamente uno scatolone vuoto, che accomuna persone che non hanno nulla in comune tra di loro, né vogliono averlo. Il ragazzino che ama lo skate ed ascolta gli MXPX non vuole "spartire" la propria personalità con il coetaneo che invece ha deciso di accorciare i capelli e vestire con gli anfibi, perché tra i suoi idoli ci sono i Business. Ed entrambi non sopportano quell'altro che invece ha la giacca piena di strane toppe, fuma tutto il giorno, gira con due cani, e preferisce bere la birra. Tanti luoghi comuni spaventosamente reali che creano barriere alimentate esclusivamente dall'apparire. Un'icona come la "cresta" può raccontare trent'anni di storia più di quanto lo faccia un qualunque libro. Sennonché pochi si spiegano cosa abbia portato i punk di un tempo ed oggi un calciatore inglese belloccio (e con lui tanti individui insignificanti) ad appropriarsene. Nulla se non, ancora una volta, l'apparire.

Alla luce dei fatti il punk come rifiuto di omologazione è morto, definitivamente. Schiavizzato dall'immagine, ha assunto lo stesso valore del complimento di cui parlavo poc'anzi, la stessa patetica inutilità. Racchiude, è vero, tante piccole verità, che covano e talvolta fioriscono con le persone che ne abbracciano il messaggio. Ma la più grande di queste verità invece non esiste più, o forse non c'è mai stata… Il cambiamento che si auspicava non è arrivato, e la musica è rimasta quella che è sempre stata: una puttana alla mercé dei gusti e delle tendenze.

(Gianluca Sgueo -
gisgueo@yahoo.it)