Jimmy Eat World
25/2/2005 - "Transilvania", Milano

C'era indubbiamente una grande attesa per quello che si può effettivamente definire un piccolo evento. Si può usare questo termine perché ormai ci si era abituati a convivere con la costante assenza dell'Italia nei tour europei delle più importanti emo bands del mondo; fortunatamente ci pensano i Jimmy Eat World a dare un taglio a quella che ormai sembrava quasi una leggenda metropolitana da scongiurare a tutti i costi.
Che sarebbe stata una buona serata come partecipazione lo si sapeva: infatti, al nostro arrivo alle 19.30 davanti al locale c'è già una piccola folla desiderosa di entrare il più presto possibile per iniziare la serata.

Aperte le porte, ci si concede il classico giretto per dare un'occhiata al merchandising che, purtroppo, non si rivela all'altezza della serata: articoli non eccezionali e prezzi esagerati, ma si può tranquillamente soprassedere. Si prova, allora, a cercare qualche amico o qualche faccia nota, e vedo con piacere che pare non mancare nessuno; il tempo di scambiare due chiacchere e, con un ritardo di una ventina di minuti, salgono sul palco i The Appartments, band inglese che, con grande rammarico mio, e della band italiana, ha scalzato all'ultimo i Forty Winks, "presunto" opening act della serata.

Tuttavia i quattro sconosciuti inglesi dimostrano sin da subito di avere i numeri per essere il gruppo di supporto di tutto il tour europeo: la band, accasata su Fierce Panda, attacca subito col suo rock'n'roll, molto trendy a dir il vero, unione di Interpol, nei suoni delle chitarre in particolare nei pezzi più lenti, di Strokes, per la verve delle melodie, Franz Ferdinand e The Killers, nell'uso di espedienti molto Eighties quali la chitarra solista, in pratica camuffata da tastiera e nella voce dell'ottimo cantante.
Detto così, il sound dei The Appartments sembrerebbe un'inutile mix di tutto ciò che più tira oggi, ed effettivamente potrebbe anche essere, se non fosse per la naturale simpatia che la band, ed il suo frontman in primis, mi suscitano. Il gruppo sa stare bene sul palco ed esegue uno show pulito, divertente e sonoramente ineccepibile.Dopo mezz'ora, però, la loro festa è finita e finalmente inizia a salire in me quella specie di tensione che accompagna ogni evento e che mi rende incredibilmente eccitato.

Giusto un'altra ventina di minuti e si spengono le luci del locale, ormai pieno: entrano in scena i Jimmy Eat World, tutti, escluso il batterista simil-boscaiolo, vestiti di nero come impone ormai il trend, e attaccano subito con "Bleed American".
Con mia grande sorpresa la gente inizia a ballare saltare e ad animare la serata: uno dei miei timori era, infatti, che il pubblico restasse immobile a cantare le canzoni della band e basta, senza interagire minimamente. Invece, vengo piacevolmente stupito dall'atmosfera molto divertente che si viene immediatamente a creare.
Lo show continua con la hit "Authority Song", presente nelle colonne sonore di tre quarti dei college movies americani, e con la nuova "Futures", tutte eseguite molto bene con qualche variazione rispetto al disco; noto come lo show sia fatto esclusivamente da Jim Adkins, il quale per tutto lo show sopperirà a parecchi cali della sua magnifica voce con un'ottima presenza nel palco, presenza che invece è ridotta al minimo per il bassista ed il chitarrista. Quest'ultimo ha l'alibi, però, di suonare alla grande e di arricchire il concerto con degli ottimi cori che danno una grande mano a Jim nei momenti più intensi.

Il gruppo alterna per tutto lo show brani dell'ultimo disco "Futures" (
recensione), del quale eseguono oltre la già citata title-track, il nuovo singolo "Work", le romantiche "Kill" e "Polaris" e la hard-rockegiante "Nothing Wrong", a brani dei precedenti "Bleed American", "Clarity" ("Lucky Denver Mint", "Clarity", "Crush" su tutte) e regala persino un paio di chicche dall'esordio "Static Prevails", come la stupenda "Seventeen". La scaletta è, insomma, ben equilibrata ed il pubblico reagisce al meglio soprattutto durante i pezzi del best seller "Bleed American": con "The Middle" e "Get It Faster" si raggiunge, infatti, il livello più alto d'esaltazione.

Da segnalare, poi, come la band "sporchi" i pezzi più lenti, aggiungendo stacchi quasi noise che si alternano ai dolcissimi arpeggi tipici dei loro momenti più romantici.

La formazione di Mesa, AZ concentra queste canzoni a metà dello show regalandoci così un quarto d'ora veramente intenso che sarà seguito da una scarica d'energia quando i quattro intoneranno i loro brani più divertenti.
Altra osservazione va fatta sui pezzi di "Futures", che live risultano più coinvolgenti, soprattutto grazie ai molti cori presenti che rendono il pubblico decisamente più partecipe, mentre è da notare come nei pezzi più lenti appena citati, Jim faccia effettivamente più fatica, prendendo ogni tanto delle stecche clamorose che però non rovinano di certo lo show.

Dopo un'ora e un quarto, con mia grande gioia, Jim annuncia la stupenda "Praise Chorus", la cui conclusione coincide con la consueta pausa pre-bis. Dopo pochi minuti e dopo il coro intonato dal pubblico nei loro confronti, i Jimmy Eat World ritornano on stage per regalare alla platea due dei loro singoli, ovvero il recente "Pain", veramente potente e decisamente rock, e la ritmatissima "Sweetness", il cui ritornello fa esaltare il pubblico ed il sottoscritto che, finita la canzone e lo show, non può che ritenersi pienamente soddisfatto del concerto e in particolare delle canzoni, magnifiche.
Accese le luci, giusto qualche decina di minuti per raccogliere qualche feedback tra i conoscenti. C'è un po' il solito calderone di pareri: da chi critica la staticità del gruppo a chi critica la voce non perfetta di Jim, fino a chi, come me, si è divertito veramente tanto e ha potuto assistere a un grande concerto sotto tutti i punti di vista, dalla partecipazione, al suono, alle bands.
Insomma, una serata che ricorderò sicuramente e che spero si ripeta sempre più spesso, con l'augurio che concerti di questo tipo inizino a diventare la routine e non la più classica delle eccezioni a cui siamo purtroppo abituati da troppo tempo.

 
(a cura di Lej)