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mEMOry time: retrospettive | #11
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| anno di formazione e
originaria provenienza 1993 - Urbana, Illinois (USA) |
contatti ufficiali http://www.polyvinylrecords.com/ |
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| formazione Bob Nanna - voce/chitarra Pete Havranek (1993) / Chris Broach (1994-1999) - chitarra/voce Jay Ryan (1993) / Todd Bell (1994-1999) - basso Roy Ewing (1994-1997) / Damon Atkinson (1997-1999) - batteria Kate Reuss (1993) - voce |
discografia album 1995 - "Frankie Welfare Boy Age Five" - Divot 1996 - "The Age Of Octeen" - Mud 1998 - "Frame & Canvas" - Polyvinyl (recensione) 2000 - "Movie Music Vol. One" - Polyvinyl 2000 - "Movie Music Vol. Two" - Polyvinyl singoli, split, ep, altro 1994 - "Rainsnowmatch EP" - Enclave 1995 - "I'm Afraid Of Everything" - 7" - Grand Theft 1995 - "Niagra / That Car Came Out Of Nowhere" - 7" - Grand Theft 1997 - "Split" w/ Corn - Polyvinyl 1997 - "First Day Back / Hugs From Boys" - 7" - Polyvinyl 1998 - "Split" w/ Burning Airlines - Polyvinyl/De Soto 1999 - "Please Drive Faster" - 7" - Polyvinyl 2004 - "Killing A Camera" - DVD - Polyvinyl |
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breve biografia Siamo nel 1993, i Sunny Day Real Estate si sono formati da pochi mesi, e ne mancano altrettanto pochi alla venuta dei Texas Is The Reason. Il mondo non lo sa ancora ma quella che ora possiamo definire la seconda ondata emo, quella che farà uscire il genere dalla ristretta nicchia cui finora era stato circoscritto, sta arrivando e i suoi artefici si stanno allenando nelle cantine di mezza America. Con loro, in quell'anno, ci sono anche i Braid. I quali logicamente non vengono dal nulla: Bob Nanna suona la batteria e canta già da un paio d'anni nei Friction, formazione che si rivelerà anch'essa seminale, seppur in minor misura. Tutto ha inizio, come sempre, per caso: Bob colleziona e distribuisce riprese live di gruppi underground e attraverso uno scambio di video conosce Roy Ewing, con cui si trova in particolare sintonia. Da lì a mettere su una band il passo è breve. Bob si dedica al canto e impara anche a suonare la chitarra, Roy prende posto dietro le pelli e alla seconda chitarra arruolano Pete Havranek, amico di vecchia data di Bob. Manca un bassista e dopo un periodo di ricerca finalmente trovano Todd Bell, che resterà con la band fino allo scioglimento. Tra i tanti bassisti provati uno, Jay Ryan, entrò a far parte della band per un po', ma presto egli perse interesse nel progetto. Jay, dopo la brevissima parentesi con i Braid, tenterà altre esperienze musicali come Hubcap e Dianogah, francamente trascurabili, per poi dedicarsi finalmente a tempo pieno alla sua vera passione di disegnatore di poster, flyer e simili. Un'attività quest'ultima che prosegue da dieci anni con successo crescente fino a portarlo a collaborare con Sonic Youth, Kings Of Convenience e Queens Of The Stone Age. Nel marasma di musicisti che si sono alternati nei primi caotici mesi dell'esistenza dei Braid c'è pure un altro cantante, Kate Reuss, che si divise il microfono con Bob per i primi due live shows della band. Anche lui però durò ben poco e l'unica traccia tangibile che lasciò fu Elephant, brano uscito su una compilation della Slave Cut Records, da lui cantato. La spinta motrice che fa prendere finalmente il volo al progetto, fino a quel momento rimasto infangato per problemi di vario tipo ma anche a causa del poco impegno e tempo dedicatogli dai componenti, è lo scioglimento dei Friction, avvenuto nel 1994. Bob Nanna è un vulcano in eruzione e pertanto sfoga la sua creatività con i Braid, unico progetto avviato che gli è rimasto. In appena un paio di mesi la line-up raggiunge un assetto stabile (Chris Broach, inizialmente entrato nella band come seconda voce, sostituisce anche il dimissionario Pete alla chitarra). I Braid sono pronti e nell'agosto 1994 è finalmente tempo per la prima uscita: un 7" titolato "Rainsnowmatch" uscito per Enclave Records. Parliamoci chiaro: i tre brani qui contenuti non sono dei capolavori, tutt'altro, ma anche se suonano (troppo) acerbi e barcollanti si fanno notare per una freschezza con pochi pari e già iniziano a tracciare le coordinate di un suono che farà scuola. In realtà questo 7" viene ricordato soprattutto per un simpatico aneddoto: il titolo inizialmente concordato era "Hope Spirit" ma, proprio quando le copertine erano già in stampa, il nome venne cambiato. Per riparare vennero attaccati degli adesivi con il nuovo nome. Possedere una copia delle 500 originariamente stampate è cosa da collezionisti. Per tutti gli altri c'è la ristampa della Polyvinyl con artwork curato da Tim Kinsella. Esattamente un anno dopo è la volta del primo full lenght che rappresenta alla perfezione l'enorme ispirazione e l'urgente necessità di scrivere canzoni su canzoni: "Frankie Welfare Boy Age Five", edito da Divot Records, contiene la bellezza di ventisei brani, uno per ogni lettera dell'alfabeto. E' un disco all'insegna dell'eccesso, e non solo per il numero di canzoni presenti: è istintivo, sentito, anche fin troppo confusionario e impetuoso, ma portatore di una sincerità commovente. Anche qui non stiamo parlando di un gran disco in senso assoluto e a ben vedere non ci sono neppure tracce memorabili, eccetto un paio, ma ad ogni modo è un prodotto unico e perfetto ambasciatore della filosofia Braid. Appena dodici mesi più tardi, e dopo l'uscita del 7" "I'm Afraid Of Everything" - una piccola gemma di tre canzoni che vede anche la collaborazione di Steve Lamos, trombettista degli American Football - è la volta del secondo album, "The Age Of Octeen", un lavoro più accessibile, più maturo e senza dubbio migliore sotto quasi tutti i punti di vista. Nel panorama emo, nel pieno fervore della sua seconda ondata, i Braid cominciano ad essere un nome importante, ma siamo ancora dinnanzi ad un lavoro di transizione che trova il suo sviluppo e definitivo completamento nel successivo "Frame & Canvas" datato 1998. Successivamente ad un indolore cambio di batterista (fuori il fondatore Roy Ewing per problemi di lavoro e dentro Damon Atkison), i Braid, forti di un disco che ad oggi si rivela uno dei migliori esempi di emo/indie-rock mai usciti, sono pronti ad affermarsi definitivamente, anche grazie al supporto della Polyvinyl la quale, dopo le innumerevoli collaborazioni del passato, ha deciso di prendere la band sotto la sua ala protettrice. E ci riescono: alla fine dell'anno Bob e compagni vantano due tour europei - uno dei quali, passato pure per la nostra Penisola, con un certo gruppetto chiamato The Get Up Kids, anche loro freschi di capolavoro con "Four Minute Mile" - circa duecento live in un anno e un successo al di là di ogni previsione. I Braid hanno terminato con successo la loro scalata: superate le prime rampe impervie, i pericoli e gli imprevisti ad ogni passo, si sono trovati infine davanti all'ultimo ostacolo, quella parete che solo i migliori possono superare. Con "Frame & Canvas" l'hanno oltrepassata, un balzo leggero come l'aria e sono in cima: poi, arrivati ad un certo punto, c'è solo da scendere. E a quel punto è la fine: all'inizio del 1999 i Braid non esistono più, un laconico addio, senza tanti clamori. Ma onorevole e dignitoso, come pochi sanno fare. I successivi progetti e quelli che hanno avuto luogo in contemporanea con l'esistenza della band principale sono molti e spesso decisamente interessante. Gli Hey Mercedes si possono dire la reincarnazione dei Braid, considerato che comprendono Bob, Todd e Damon, ma probabilmente questa non è la dicitura più adatta: qualche fans dei Braid è rimasto scottato dai lavori sotto questo monicker. E in effetti, sebbene un disco come "Everynight Fire Works" (recensione) sia ottimo, qua la natura dei Braid è leggermente storpiata per ottenere una proposta di qualità ma più pop ed immediata. L'esatto contrario sono invece gli Sky Corvair (ovvero, ancor più acerbi, istintivi e rabbiosi) che vedono insieme Bob Nanna e Tim Kinsella (Cap'n Jazz, Joan Of Arc, Owls): le piacevolissime conseguenze traetele da soli. Per finire, Bob ora si sta focalizzando sul suo progetto solista City On Film: il disco d'esordio è appena uscito per la propria label Grand Theft Autumn. Da ricordare anche le uscite postume: una raccolta di 7", b-sides, singoli, inediti, cover e quant'altro in due volumi, ed infine un dvd supportato anche da un tour. (Mattia - 9/8/05) |
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List:
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Quando si
ha a che fare con formazioni di questa risma è fin
troppo facile mettersi a discutere di quanto e come siano
state influenti e/o innovative. I Braid, dal canto loro,
hanno apportato la loro personalissima interpretazione
dell'emocore ad una scena ancora in via di formazione. Se
Sunny Day Real Estate, Sense Field e, poco più tardi,
Texas Is The Reason hanno speso le loro energie (oltre
che nello scrivere capolavori di inestimabile valore) a
fornire coordinate e caratteristiche di un suono tutto da
esplorare, Bob Nanna e soci già pensavano a stravolgerlo
nella loro ottica. Un'ottica che include molteplici
aspetti, ma da molti è stata sinteticamente individuata
con l'appellativo math. Una definizione che potrebbe
anche calzare visto le proverbiali strutture
imprevedibili e segmentate della band di Chicago, ma non
del tutto appropriata. A prendere le distanze dagli illustri esponenti dell'emo succitati non è solo il metodo di strutturazione ma anche il mood di tutto il disco che è - per forza di cose - emozionante, ma mai si abbandona a eccessi di malinconia, melodie raggomitolate, arpeggi e fraseggi infiniti, vocalizzi lamentosi. I Braid convogliano le stesse emozioni in maniera più energica e spigliata, con ritmi più sostenuti, tanto che chiamare in causa certo college rock non è un delitto. Ed è forse questo il punto chiave del successo di "Frame & Canvas": è un disco emo fino al midollo ma allo stesso tempo tradisce i canoni del genere donandogli più ampio respiro fino a renderlo abbordabile anche per chi un abituale fruitore di questa musica non lo è. Tutto questo - lo stile inconfondibile, la mescolanza di diverse ascendenze e via dicendo - sarebbe di poco conto se non ci fossero le canzoni. Belle canzoni, intendo. Quelle memorabili, quelle che molti gruppi sognano di scrivere, un giorno. Una. Ma qua di brani capolavoro ce ne sono almeno una mezza dozzina: a partire dal duo d'apertura The new Nathan Detroits e Kiling a camera (forse il loro miglior brano di sempre) passando per inni da intonare a squarciagola stonando puntualmente ad ogni ritornello (First day black, Milwaukee sky rocket e Ariel) per finire con le parentesi maggiormente malinconiche di Urbana's too dark e del doloroso congedo di I keep a diary. E degna conclusione di una misera recensione non possono che essere le ultime (in tutti i sensi) parole di "Frame & Canvas": "I'll keep you here right next to me and i promise to wait if you say you're still coming ". (Mattia - 9/8/05) |
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