Death Cab For Cutie + John Vanderslice
21/2/2006 - "Rainbow Club", Milano

Mentre lanciavo la mia Corsa a 140 tirati sulla A4 per raggiungere il "Rainbow Club", le note di "Plans" (recensione) riempivano di miele l'abitacolo. Ascoltavo "Summer Skin" e la voce flautata di Ben Gibbard e mi chiedevo quanto di tutto ciò potesse essere reso in un ambiente live. Devo ammetterlo, nonostante sia un fan sfegatato dei Death Cab For Cutie, mi aspettavo una mezza delusione, una voce troppo sottile, poco brillante, dei suoni caldi ma poco incisivi, una presenza scenica da nerd talentuoso. Mi sbagliavo, per fortuna mi sbagliavo alla grande.

Death Cab For Cutie @ Rainbow Club, Milano 21/2/2006

Il "Rainbow Club" di Milano è un ottimo posto per i live, e raramente si esce delusi. Scese le scale ci sono solo pochi astanti, alcuni dei quali raggruppati davanti al palco a seguire un John Vanderslice in ottima forma, Gibson ES335 e batteria, canzoni a metà tra il pop e il folk, il tutto condito da una voce che troppo spesso ricorda le melodie dei Death Cab. Ma a parte questo il songwriter della Barsuk si difende alla grande, grazie anche al supporto di un batterista ispirato e di un pubblico incredibilmente propenso all'ascolto.
Vanderslice stacca alle 21 precise, saluta e svanisce dietro le quinte, il "Rainbow", intanto, si è magicamente popolato, ed è difficile trovare un buco dove piazzarsi in attesa che il concerto inizi. I quattro non si fanno attendere troppo, dopo neanche mezz'ora Ben Gibbard e compagni fanno la loro apparizione sul palco.

Luci blu, due Telecaster e le note di "Marching Bands of Manhattan" danno il via a uno degli show più incredibili ai quali abbia mai assistito. "We Laugh Indoors", "Title And Registration", "The New Year", "Soul Meets Body" e la platea si scalda. Intorno a me vedo solo facce stregate, rapite da suoni così caldi da sembrare alieni. I quattro sul palco non stanno fermi un secondo, le canzoni si susseguono a un ritmo incredibile, intervallate solo ogni tanto da qualche saluto di rito da parte del frontman.

Dietro le pelli di una Ludwig, Jason McGerr si muove meccanico, quasi robotico, non sbaglia un colpo, raramente mi è capitato di vedere un batterista tanto preciso e allo stesso tempo capace di dare tanti colori ai pezzi. Fin dalla prima canzone si capisce che buona parte degli incredibili arrangiamenti sono dovuti al genio silenzioso di Chris Walla, che fin da subito si destreggia in una spola febbrile tra tastiere, Fender Rhodes, e chitarre.

Death Cab For Cutie @ Rainbow Club, Milano 21/2/2006

Ma, inutile precisarlo, è Benjamin Gibbard il fulcro della scena. Ogni dubbio sulla sua performance viene scartato fin dal primo pezzo: la voce esce, sottile, sussurrata, delicata, riesce a spiccare sopra muri sonori che paiono invalicabili. Quello che su disco poteva sembrare un timbro troppo fragile per reggere il palco, si rivela invece inossidabile e intenso. E il meglio Gibbard lo dà quando dalla Telecaster si sposta al piano. Pezzi come "Different Names For The Same Thing" e "Summer Skin" schiaffeggiano la folla già calda infuocandola. La gente incomincia inaspettatamente a saltare, tutti cantano e l'atmosfera si distende. Ma ogni concerto, per quanto incredibile, deve per forza soffrire di qualche inevitabile sbavatura. E allora ecco che Gibbard a metà canzone inspiegabilmente prende a inveire contro la sua chitarra, poi contro l'ampli, parla col fonico, scuote la testa. Qualcosa non va. Si scusa al microfono e dice che quello sarà l’ultimo pezzo. Così, inaspettato, arriva "Sound of Settling". Finito il pezzo Gibbard corre dietro le quinte infuriato, seguito dall'intera band…

Death Cab For Cutie @ Rainbow Club, Milano 21/2/2006

Non è passata nemmeno un'ora da quando i quattro hanno iniziato a suonare, il pubblico è rovente, nessuno intende accettare il fatto che la band abbia già abbandonato il palco. Il fatto che le luci rimangano spente contribuisce ad alimentare le speranze. Partono applausi, fischi, imprecazioni, tra il pubblico c’è una buona componente di gente che viene da oltralpe, anche questi urlano e imprecano. Sul palco intanto i roadies fanno la spola attorno alla testata di Gibbard, smanettano, collegano, scollegano… Ma dopo un quarto d'ora buono le attese vengono soddisfatte e i quattro tornano sul palco. Poche parole. Una dietro l'altra inanellano "I Will Follow You Into The Dark", "A Movie Script Ending", "Photobooth", in un crescendo pauroso che viaggia a un voltaggio altissimo per poi approdare a riva con l’intensa "Transatlanticism", eseguita alla perfezione.

I quattro scendono, ringraziano per la pazienza e promettono di tornare presto. Le luci si accendono ma la gente stenta ad andarsene. Alcuni rimangono sotto il palco, altri indugiano qualche minuto a parlottare con Vanderslice al banchetto della Barsuk, nessuno, e intendo nessuno, sembra essere scontento del live. Certo, con la carriera discografica dei Death Cab uno potrebbe lamentarsi dell'assenza di pezzi come "Blacking Out The Fritcion", "405" o "We Looked Like Giants", ma la realtà è che la magia di due ore di live non può essere attenuata da alcuna critica.

In definitiva, i Death Cab si rivelano una di quelle bands che rendono molto di più dal vivo che su cd. Il fatto è che i quattro di Seattle rendono già fin troppo bene su disco, e sembrerebbe impossibile aspettarsi di più su un palco. Ma tant'è. Ne sia prova il fatto che un album come "Plans", che su disco si aggiudica meno di 5 stelle, dal vivo suona come il miglior album della band.

Death Cab For Cutie @ Rainbow Club, Milano 21/2/2006

Solo in questa dimensione ci si rende conto di quanto pregiata sia la composizione di Gibbard e Walla in quest'ultimo episodio. Il consiglio è questo: se i Death Cab transitano a meno di 500 Km da dove abitate, andate a vederli dal vivo. E magari, già che ci siete, portatevi dietro "Plans", ma solo per il viaggio di ritorno.

(testo e foto di Faz)