
Blink-182
+ Sugarcult + The Kinison
6/12/2004
- "Wembley Arena", London (UK)
Nella prima decade di dicembre mi trovo in quel di Londra per trascorrere tre o quattro giorni di vacanza, e proprio in questo periodo gli amati/odiati Blink-182 si trovano a fare un paio di date nella capitale inglese. Durante il tragitto nella metro per arrivare alla "Wembley Arena" ho la fortuna di imbattermi nello spettacolino offerto da tre "veri punx" che, con le loro magliette di Offspring e Linkin Park, ripetevano in continuazione: "Tonight there are no fuckin' rules", sbattendo a terra fogli di giornale e le loro lattine di Coca Cola; molto trasgressivi, davvero. In ogni caso, arrivati al palazzetto ci fanno entrare dopo una chilometrica fila di gente la cui età media (genitori not included) non supera i 15 anni. Appena dentro, siccome non avevo nessuna voglia di restarmene nei posti a sedere (gli unici che ero riuscito a trovare) cerco di fare subito il napoletano ed invadere l'area standing. Ci rinuncerò dopo vari richiami degli energumeni della security (altro che in Italia, qui non puoi neanche andartene a cazzeggiare per l'arena: o stai seduto al posto tuo o niente). Così mi posiziono vicino ad una bellissima ragazza svedese e attendo l'inizio del concerto, previsto per le sette e mezza. |
|
I primi ad esibirsi in un Wembley ancora pieno a metà sono i The Kinison, gruppo sulla La Salle Records di Travis per cui hanno fatto uscire il loro primo lavoro su lunga distanza "What Are You Listening To?" (dopo l'ep per Fearless "Mortage Is Bank" - recensione). |
|
Non avevo mai sentito assolutamente niente di questa band e a pelle la loro musica mi è sembrata una sorta di crossover molto debitore degli At The Drive-In, con lampi post-punk che vanno a richiamare addirittura i Blood Brothers (anche se questi non sono così schizzati), complici anche le sonorità oblique e frammentate e la voce allucinata e quasi sempre urlata in falsetto. |
![]() |
La melodia guadagna qualche punto nei ritornelli e nei singoli ma, paghi anche di condizioni audio ancora disastrose e che non rendono di certo merito alle numerose rifiniture tecniche inserite, i Kinison risultano comunque troppo ostici per il pubblico dei Blink. Insomma, bravi ma fuori luogo. Da rivedere. |
|
In principio il gruppo di supporto principale dovevano essere i grandiosi Death Cab For Cutie di Ben Gibbard. Non mi ricordo se per problemi di salute di un membro della band o per gli impegni sorti dal contratto con la major Atlantic, gli autori del fantastico "Transatlaticism" non sono presenti. |
|
![]() |
Al loro posto, ci sono gli Sugarcult. Devo dire che fin dalle prime battute Tim Pagnotta e Company appaiono un tantino mosci, ostacolati anche da un'acustica ancora discutibile (la sezione ritmica copre tutto il resto, soprattutto la voce). Ciò non toglie però che motivetti assolutamente vincenti come quelli di "Stuck In America", "She's The Blade", "Memory", "You're The One", "Pretty Girl" (l'unica resa meglio dal vivo che sul disco), ti svegliano non poco. Sarà perché il loro pubblico inglese è almeno cinque volte più grande di quello italiano, ma alla fine i quattro risultano graditissimi. Tim, al contrario degli altri, si dimena parecchio, dice "fuck" o "shit" ogni tre parole e tutti sono felici. Suonano "Crying" e tutti saltano. Suonano "Bouncing Off The Walls" e tutti cantano. Bene così, tutto fila liscio. |
L'arena è ormai piena, non c'è più un buco. Durante l'attesa per gli headliner Blink-182 sugli spalti ci si diverte organizzando una ola mah! Dopo una mezz'oretta Mark, Tom e Travis compaiono davanti ad una maestosa scenografia e tutti scattano in piedi. Per il primo quarto d'ora più che godersi lo spettacolo tutti sono alle prese con le proprie macchine fotografiche per la serie "Faccio la foto così faccio vedere agli amichetti punk che c'ero anch'io". Sui pezzi del nuovo album (più difficili) come "Asthenia", "Down", "Go", "Stockholm Syndrome" e soprattutto nelle due iniziali "Feeling This" e "Easy Target" i tre sono abbastanza imprecisi. Perfette invece "Obvious", "Violence" (i brani più vicini ai vecchi Blink) e il bel lentone "I Miss You" . La band di San Diego preme l'acceleratore su pochi pezzi quali "Happy Holidays You Bastard", "Reckless Abandon" (l'unica, per così dire, "pogata") ed il medley "Dumpweed-M+M's-Josie-Man Overboard". |
|
Contrariamente
alla diffusa opinione sul fatto che i Blink siano un
pessima live band, le performance offerte sono ottime,
corredate da grandi incisi interposti sia fra una canzone
e l'altra sia nel mezzo delle canzoni stesse. Dal vivo
Hoppus risulta un cantante migliore rispetto al suo
compagno, comunque artefice di una prestazione dignitosa. Un altro grande momento dello show è arrivato dopo "Asthenia" quando tutte le luci si sono spente e si poteva udire solo il suono della batteria. |
![]() |
All'improvviso
Travis spunta su una pedana girevole nell'esatto centro
dell'arena per eseguire "The Fallen Interlude"
allungata da uno straordinario assolo. Roba da MTV
Awards! Non mancano i soliti demenziali intrattenimenti
tra una canzone e l'altra (applausi interminabili
sull'affermazione "Hey London, you are the best,
Reading is a fuckin loser!") e i cavalli di
battaglia che scatenano l'euforia generale come "All
The Small Things", "What's My Age Again",
"Disentary Gary", "The Rock Show",
"First Date", "Stay Together For The
Kids" (momento in cui Tom chiede di alzare tutti i
cellulari illuminati creando un bellissimo effetto) e
"Dammit", che chiude momentaneamente. |
|
Alle undici precise si smonta baracca e si va via. Usciamo sulle note di "Guns Of Brixton" dei Clash che oltre alla serata chiude anche un ottimo dj set che ha alternato ottima musica di tutti i generi. La maggior parte della gente però canta uno strano motivetto: "What's your name? What's your number?". Chissà perché |
| (a cura di Joe @ Essex 25) |